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01-08-2004 --> Return to articles
Rockstar

IO E JOHN LEE
All’improvviso Hooker: L’incontro con la voce che sa attraversare il tempo e far fermare i battiti del cuore

Il grande vecchio del blues, una delle più belle anime della musica nera. John Lee Hooker, il fraseggio più sensuale, la voce più erotica. Un grande.
Non riuscivo a trovarlo, però. Avevo pensato a lui per “Ali D’Oro”. La sua voce avrebbe impreziosito la canzone. Subito dopo averla scritta, mi resi conto che un tocco blues avrebbe dato davvero il colpo di grazia e trasformato il brano in un piccolo capolavoro, almeno per me. A dire la verità, non mi venne subito in mente John. Pensavo e ripensavo dentro di me a chi poteva funzionare. Mentre rimbombava la canzone nella mia testa, mi dicevo che ci voleva una voce verace, blues, antica, arcaica. Soprattutto ipnotica. Una voce che attraversasse il tempo e fermasse i battiti del cuore. Tutti i nomi che mi venivano in mente erano morti o poco in salute: Robert Johnson, il più grande di tutti, l’unico capace di aggiungere quel senso di inquietudine che è tipico di chi vive ai margini; subito dopo Muddy Waters ed Elmore James. Pensai anche a Barry White, al suo vocione. Poi, l’illuminazione: John Lee Hooker.
L’avevo scoperto tardi, troppo tardi per un appassionato di blues che si rispetti. Devo ringraziare Eric Clapton. Fu lui a colmare la lacuna regalandomi un po’ di dischi della sua collezione. Decisi di mettermi sulle sue tracce mentre registravamo Shake, al Record Plant di San Francisco. Sapevo che sarebbe stato difficile trovarlo. Lo stesso Clapton mi aveva detto che aveva provato più volte a lavorare con lui, ma che, per via dell’età, non gli era riuscito. “Sai”, mi disse Eric, “a volte sta bene, altre volte meno. È difficile fargli prendere degli impegni. E non sempre è dove dicono che sia”. Me ne ero accorto di persona, un giorno che mi ero spostato a Palm Beach, di fronte all’oceano di Los Angeles, dove John aveva una casa. Suonai e risuonai e girai per un po’ nei paraggi, sperando di incontrarlo. Niente.
Dunque, sono al Record Plant che parlo con il proprietario degli studi. Gli dico, alla fine di “Ali D’Oro”, che ci vorrebbe Hooker. E lui: “Io conosco Roy Rogers, il suo chitarrista, gran maestro di slide guitar. Se vuoi lo contatto”. Non glielo faccio ripetere. Due giorni dopo arriva in studio. Gli faccio ascoltare il brano, lui mi dice che è molto bello e che sa dove vive John: “Datemi la canzone e gliela porto”.
Dieci giorni di silenzio. Il penultimo giorno di registrazioni, torna Roy: “Gli piace. Se per te va bene, lui verrebbe domani”. Cazzo. Arriva a mezzogiorno. Limousine nera. Vestito di grigio argentato, cappello, occhiali neri. Magrissimo. si porta dietro due ragazzine di cinquant’anni che lo tengono sempre per mano e gli danno i bacini. Cammina lento, sembra felice. Porta con sé una fragilità evidente, fisica e psicologica. Sguaina la chitarra, mentre Roy gli dice cosa fare. Scopro che a John Lee Hooker non si può dire cosa fare. Lui parte quando vuole e va. Ipnotico, disponibile, tranquillissimo. Anche premonitore. Sulle tracce aperte del brano, improvvisa alcune parole. Quando le riascolterò, pochi mesi dopo, una volta venuto a sapere della sua scomparsa, mi verranno i brividi lungo la schiena. Perché le sue parole improvvisate erano: “I lay down with an angel”. E con quell’angelo evidentemente, sapeva di avere un appuntamento urgente. L’ultimo.

Tratto da: ZUCCHERO WHO? di Adelmo Fornaciari